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Ultimo aggiornamento: giovedì 14 settembre 2017
Chi siamo
GLI AMORI AI TEMPI DEL CO.CO.CO.LERA

L’epidemia della precarietà, la sopravvivenza delle emozioni a dispetto di essa, una rubrica anomala, proposta dal gruppo più improvvisato dell’estrema sinistra, per raccogliere le esperienze che altrove non sono nulla: nè politica, nè letteratura. Sdolcinatamente No Global, consideriamo che abbiamo diritto al superfluo e ci avvaliamo dell’inesperienza dei nostri collaboratori per raccontarci, raccontarvi, nelle Vostre/Nostre emozioni precarie.
Nonostante il colera, nonostante tutto.

Amori ai tempi del Co.co.co.lera

Iniziative

CATANIA: APRE LO SPORTELLO DI AUTODIFESA PRECARIA
UN INIZIATIVA CONGIUNTA DEL FORUM ACQUA, DEL MOVIMENTO STUDENTESCO, DELLA RETE CATANESE 15 OTTOBRE, DI OFFICINA REBELDE CATANIA

Lavoro Precario: la legislazione Italiana sul lavoro è una vera selva ed è difficile orientarsi coi problemi posti dai diritti che sarebbero dovuti con chi lavora in situazioni border line come quelle dei contratti co.co.pro ed interinali o con chi lavora in nero;

Locazione: anche in tale settore c’è il problema dei contratti in nero, con il rischio concreto per chi occupa una casa o un posto letto di vedersi sfrattato da un giorno all’altro;

Servizio Idrico: un bene pubblico, l’acqua, che si paga salato. Spesso i gestori addebitano sulla bolletta tariffe non dovute, approfittando della disinformazione del cittadino;

Sostare: l’illegalità delle strisce blu, poste anche in zone dalle quali dovrebbero essere totalmente escluse.

VENITE A TROVARCI OGNI VENERDì, DALLE 17:00 ALLE 19:00, PRESSO LA SEDE DI OFFICINA REBELDE CATANIA, IN VIA COPPOLA N.6

PER INFO: officina.rebelde@yahoo.it

Qui il link all’articolo completo

Caffè e derivati

Per contribuire concretamente alla lotta dei ribelli Zapatisti abbiamo deciso di vendere il caffè che viene prodotto dalle loro cooperative contadine.

La confezione è da 250 gr e la vendiamo a tre euro al pacco, in caso di acquisto diretto, potrete trovarlo alle nostre iniziative, nei punti di distribuizione (dove il prezzo potrebbe però lievitare) oppure prenotarlo tramite la nostra casella mail.

Il nostro caffè, se ci sentiamo disobbedienti

Dossier sul Caffè Zapatista

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martedì 20 gennaio 2015


"NO MUOS. UN ANNO DI LOTTE". ALCUNE QUESTIONI

RISPONDENDO AD UNA RECENSIONE SU SICILIA LIBERTARIA. RIFLESSIONI SULLE COMPOSIZIONI DELLE LOTTE TERRITORIALI

Più di un mese fa, su Sicilia Libertaria compariva una recensione del lavoro “No Muos. Un anno di lotte”, che rappresenta una narrazione, dichiaratamente dal nostro punto di vista, sulle vicende del movimento No Muos nell’anno che va dal settembre 2012 all’agosto 2013. Rispondere a questa recensione ed alle affermazioni che contiene è per noi importante, per due ordini di motivi: il primo è che in essa viene criticato uno dei passaggi (secondo me) più interessanti del libro, quello che descrive le “componenti del movimento”; il secondo è che vengono posti una serie di interrogativi su Officina Rebelde e sul suo modo di intendere il neozapatismo. Come questi interrogativi siano inerenti al tema di una recensione del libro, sinceramente, non si capisce, ma comunque prendiamo la questione molto sul serio, tanto che daremo spiegazioni collettive su come concepiamo il nostro ruolo dentro i movimenti sociali. Lo faremo in un’altra e prossima occasione, perché, per noi, non c’è alcun possibile progresso nel confondere dibattiti diversi. Rispondere riguardo a quanto sostenuto a proposito del libro, invece, spetta a me in prima persona, che porto la responsabilità dell’opera, anche se spesso quando intervengo riporto un dibattito collettivo. C’è appunto da ribadire che il libro ha una prospettiva di racconto, soggettiva (si legga l’introduzione) o al massimo “di gruppo” sulle vicende riportate e questo diventa rilevante, ad esempio, a proposito del rimprovero che ci viene mosso, per cominciare con le cose meno rilevanti, di non avere menzionato la vicenda dell’occupazione del comune nell’agosto del 2013. E’ vero che quella vicenda è stata rilevante, ed il libro sarebbe stato più completo raccontandola, ma durante quei fatti, io e gli altri Rebeldi-esse, eravamo al Presidio e quindi non è rientrata nell’ambito delle esperienze delle quali potevo parlare con cognizione di causa. Confesso, comunque, di non avere posto testa al problema, tanto lo “sguardo soggettivo” che anticipavo già nell’introduzione è stato poi effettivamente tale. In ogni caso è significativo il fatto che Gurrieri (autore della recensione) veda come centrale questo episodio, mentre nella mia e nella nostra esperienza il motore che portò alla prima invasione di base del 9 agosto furono le convulse e partecipate assemblee del Presidio. Segno che forse anche quello di Gurrieri è uno “sguardo soggettivo” e che la vicenda della nostra lotta è ampia e si presta a più interpretazioni. Il ché può essere un bene come un male, dipende da tutto da noi. Quello che bisogna assolutamente evitare è di ragionare sulle problematiche complessive schiacciandone e appiattendone la lettura sulle scelte organizzative di questo o quel gruppo di compagni. Se quindi, nel capitolo nel quale parlo delle “componenti” del movimento, si sostiene che c’è stata una componente di precariato, proletariato giovanile, nomade che ha attraversato il movimento No Muos, e che questa componente non si è identificata nel modo di fare politica dei “comitati” costituiti dalla “generazione di Comiso” non sto parlando banalmente di “vecchi contro giovani” e non sto dicendo che i centri sociali riescono a “catturare” e “rappresentare” questa composizione. Forse si sono voluti leggere determinati passaggi vedendovi questa chiave di lettura delle vicende, nella quale la “spinta” più radicale dei gruppi organizzati come i centri sociali [1]) si contrapponeva a chi aveva scelto come strumento di azione collettiva quello del comitato. E’ vero che c’è una porzione di questo precariato metropolitano che è intercettata dai centri sociali, o comunque dagli spazi come il nostro o come il Teatro Pinelli a Messina [2] o come i centri sociali di Palermo. E’ quella, giocoforza, “più solida” e meno fluida rispetto alla frammentazione ed alle migrazioni ed anche quella quantitativamente “minore”. Ma proprio la storia del movimento No Muos è principalmente la storia di un soggetto giovanile, non solo metropolitano ma rurale, che non sedimenta e non si riconosce in nessuna organizzazione preesistente. Che confligge con qualsiasi concetto di organizzazione come preesistente e già concepita (pure nella forma del centro sociale), in realtà, se non quella immediata, con i caratteri dello “stato d’eccezione” che caratterizzano tutte le rivolte popolari. Nell’occasione specifica, quella del presidio. Questo “stato d’eccezione”, ad esempio nel periodo della “revoca dal basso”, è stato tanto esteso da avere messo in discussione anche gli ordinari flussi migratori che strutturano i cicli di studio e lavorativi di parte del proletariato giovanile dell’area, quella che era avanguardia nella lotta. Non sta a me, in attesa di eventuali e più serie ricerche, quantificare il fenomeno, ma lo trovo rilevante per il suo significato prima che per la sua portata. Moltissimi i casi di compagni-e che in questo stato d’eccezione hanno tentato, parallelamente al percorso della lotta territoriale, un percorso di vita più “stanziale”. Sarebbe interessante, a tale proposito, fare uno studio oggi di quanto ha inciso la migrazione tra i componenti dei comitati No Muos di Niscemi e, ad esempio, di Caltagirone, scopriremmo probabilissimamente che la maggior parte dei compagni-e che animarono la lotta al Muos nella fase iniziale, sono oggi migrati. Questa condizione “migrante”, anche se temporaneamente messa in discussione da dinamiche di mobilitazione, che aprono degli squarci dentro di essa, è “strutturante” di una soggettività e del suo modo di vivere le lotte. La mancanza di stanzialità nei cicli di migrazioni non produce integrazione nelle grandi città metropolitane e nei loro cicli produttivi, come poteva essere ancora negli anni passati, nei quali la fabbrica o il terziario o il pubblico o comunque i meccanismi della formazione “inquadravano” forza lavoro migrante meridionale stabilmente in un dato contesto sociale ed anche conflittuale (movimenti studenteschi, partiti dell’estrema sinistra, sindacati). La differenza rispetto all’oggi è che questa integrazione non si realizza o si realizza in misura molto minore e con molta maggiore difficoltà perché da luogo di lavoro e smistamento di forza lavoro la città è diventata un non-luogo. E’ difficile vivere in maniera conflittuale un territorio nel quale non si ha un minimo spazio di integrazione, che ti respinge, che senti tuo meno del luogo dal quale sei partito e nel quale non potrai tornare e dal quale, ugualmente, forse dovrai partire in breve per tentare fortuna altrove o tentare l’ennesima volta il “ritorno”. E’ difficile pensare ad una battaglia di lungo periodo in un territorio quando forse tra sei mesi, un anno, dovrai abbandonarlo. E’ difficile, sul piano politico, accettare compromessi o mediazioni quando le hai sempre viste finire al ribasso, senza che potessero assicurare nessun risultato pratico alla soddisfazione dei tuoi bisogni, di qualunque di essi. E’ difficile fare aggregazione popolare e non sentirsi appartenente stabilmente a nessun meccanismo socialmente inclusivo, senza scadere in una dimensione di attivismo d’avanguardia. Tutto questo ha reso particolarmente complicato interagire con molti attivisti che risultano molto avanzati nelle proprie rivendicazioni, molto inclini all’azione diretta ma spesso hanno introiettato molto della retorica estremamente “individualista” dei decenni passati. La lotta al Muos quindi, per me, non ha al proprio interno un banale conflitto generazionale, come forse è stato malamente inteso, ma nasce in un contesto nel quale esiste una composizione di classe molto problematica nei meridioni e che spiega, almeno in parte, le dinamiche delle lotte e le soggettivazioni che si producono in essa. Il taglio marxista della mia lettura, in fondo, è questo tentativo di guardare alle problematiche che vivono anche le lotte sui territori ed alle soggettività che le animano, attraverso la composizione del lavoro (e del non lavoro) che lo attraversa. [3] Certo, la questione rimane aperta e certo, è anche generazionale. Perché dentro i sud, comprensibilmente, sono i più giovani, in particolare quelli che sono usciti dai cicli di formazione, ad essere affetti da questo nomadismo. In questo contesto, i centri sociali delle grandi aree metropolitane, che sono almeno in parte luogo di stallo nei flussi delle migrazioni, hanno assolto alla funzione (che storicamente hanno) di catturare e convogliare nella lotta al Muos parte di questa soggettività conflittuale, quella più attiva e cosciente. Non certo quella di rappresentarla organicamente, cosa pressoché impossibile. Infatti è vero, lo dico pure nell’incriminato capitolo, che questa composizione attraversa pure i comitati, impossibile negarlo. E’ una componente trasversale. Ma, semplificando, possiamo dire che i centri sociali siciliani coinvolti in queste vicende, tutti relativamente “giovani”, non ne conoscono altre, a differenza dei comitati, che hanno una composizione più “legata” al territorio ed inserita nei suoi cicli produttivi e sociali. Dal nostro punto di vista, ovviamente, bisogna tenere assieme tutte le specificità e questo implica che auspichiamo che nascano quanti più comitati possibile e lo facciamo ora come sin dall’inizio. Ma se qualche soggettività, di qualsiasi altro genere, si esprime con forza e costanza nella lotta, bisogna riconoscergli la legittimazione che merita e non appiattirsi su tediose considerazioni di natura organizzativa, assegnando a certi soggetti legittimazione e negandola a certi altri. Noi Rebeldi-esse siamo una comunità che lotta e resiste e si esprime sul Muos in quanto tale, come quando parliamo di quartieri popolari, o di diritto alla casa, e come noi tanti altri in Sicilia e il plusvalore che questo porta alle lotte è un fatto politico determinante e positivo. Se tanti precari-e, come noi, scelgono queste forme per organizzarsi ed affrontare la crisi e l’austerity è opportunità politica di tutti includerle, per la ricchezza di esperienze e di potenzialità che rappresentano, e non escluderle. Date condizioni sociali e produttive producono date forme di aggregazione politica sui e nei conflitti e bisogna partire anche da quelle e non azzerarle. Questa è la grande potenzialità del “mettersi in rete”. Poi, certo, ci sono delle discussioni politiche da affrontare e sostenere su come una lotta popolare viva di aggregazione sui territori e di consenso dentro di essi, prima di tutto. Noi rebeldi-esse siamo stati tante volte vicini al punto di vista di molti militanti dei comitati, su questo modo di lavorare. Ed è appunto per questo che pensiamo che questa questione debba essere risolta non con “formulette” organizzative, ma con l’unica cosa che in un dibattito è utile: la politica e le argomentazioni. Altrimenti, ed alcune vicende degli ultimi due anni lo dimostrano ampiamente, cercando di selezionare la platea dei propri interlocutori, spostando il problema reale da quello delle pratiche che si mettono in campo a quello dei soggetti che sarebbero “idonei” a vivere i conflitti, non si risolvono i veri problemi ma li si amplifica. Si ottiene una reazione negativa di ritorno amplificata all’estremo, invece di conseguire il risultato di una più vasta unità politica, intergenerazionale e tra diverse “componenti” sociali di movimento. Oltretutto, ed è questo che rende interessante definire queste questioni, abbiamo la necessità di costruire dei modelli che ci aiutino a comprendere e mappare non solo le forze e le dinamiche che entrano in campo nei movimenti territoriali, ma in tutte le mobilitazioni. Ed è qui che diventa vitale leggere pienamente le vicende della lotta No Muos, perché l’esito di questa lettura ne travalica del tutto i limiti e dall’esito di questo dibattito discendono le soluzioni politiche che devono darsi i movimenti per sedimentare il conflitto anche in ambiti e su tematiche diverse e per diventare momenti complessivi di opposizione all’austerity. Ci colpisce, ad esempio, che si affermi che “in fondo la Sicilia è un paesone”. Questa affermazione non tiene minimamente conto della complessità del nostro territorio, nel quale convivono molte realtà. Quella di aree metropolitane con centinaia di migliaia di abitanti, con immensi quartieri ghetto in mano all’economia mafiosa, non è comparabile con quella dei paesi e delle piccole cittadine che ancora esprimono un fortissimo legame con la terra e con la sua economia e di questo non ci si dovrebbe nemmeno ritrovare a discutere. Poi ancora c’è la Sicilia dei poli petrolchimici, nei quali il conflitto che si vive è ulteriormente diverso e vi è ancora una certa componente di classe operaia, poi quella del turismo, della pesca, poi c’è la “Milano del sud” del commercio e dell’alta tecnologia (oramai in declino) che era Catania e via dicendo...

Del resto, tanto abbiamo ad ogni passo ribadito la nostra perplessità ad ogni operazione che equiparasse ogni territorio a quello metropolitano e lo abbiamo fatto qui, diffusamente e per iscritto, tanto ci pare assurda la pretesa opposta di considerare i nostri territori come un unico, indifferenziato, folkloristico “paesone”. Il che non vuol dire che la forma del “Comitato” abbia valenza solo fuori del contesto metropolitano, su questo siamo d’accordo. Ha la propria specifica valenza ovunque. Come altre esperienze hanno la propria. Del resto, se dobbiamo pensare a lotte territoriali, nelle quali “il luogo” del conflitto assume una valenza centrale e fortissima, queste evidentemente non sono confinate fuori del contesto metropolitano. Potremmo parlare dei comitati che a Catania sono sorti attorno alla questione del Porto o di quelli che sorgono contro il PUA. Potremmo parlare delle occupazioni e degli sgomberi e delle rioccupazioni dei centri sociali, appunto, che hanno tutte queste caratteristiche, se vediamo il territorio metropolitano come quello non densamente urbanizzato. Gezy Park, come esempio sul piano globale, è capace di riassumere la questione. Ora, se tutto questo è vero, è chiaro che tra queste complessità di territori e conflitti ci sono enormi analogie ma non è immaginabile un solo modo di fare attività politica, di creare radicamento ed aggregazione. Bisogna praticarne tanti, diversi, tutti i possibili, in una prospettiva di movimento ampia che non appiattisca su un unico modello teorico od organizzativo le lotte, ma che le “metta in rete” praticando quella che i post-colonial studies indiani definirebbero una “divaricazione strategica”, nella quale si riescono a mettere in sinergia esperienze differenti tra di loro. La gestione del controvertice al G8 di Siracusa è stata un esempio di questo, di gestione “in rete” ed in maniera molto fluida di un percorso di lotta, senza alcuna pretesa di cristallizzarlo in una formula organizzativa e noi vi siamo stati ampliamente dentro, come appunto il libro ricorda. Ma, più recentemente, bisognerebbe guardare a quello che è avvenuto in Campania con la straordinaria campagna contro il Biocidio. Lì, sotto il nome della campagna contro il Biocidio, numerose lotte territoriali diverse si sono riunite e coalizzate per dare vita a manifestazioni grandi come non se ne erano mai viste, capaci di coinvolgere anche decine di migliaia di persone. Probabilmente, è stato su questa base che l’intera area adesso sta vivendo un periodo di lotte che, nel contesto di un paese “pacificato” come il nostro, esprime un significativo avanzamento. Probabilmente, io credo, è questa la suggestione che dovremmo cogliere anche noi, per riuscire a coniugare al meglio ogni risorsa conflittuale in una Sicilia che è in subbuglio in ogni sua parte per le vertenze territoriali disparate e diverse, da quelle contro le trivelle a quelle contro i petrolchimici, a quelle contro le basi. Così come sul piano nazionale bisognerebbe sostenere la proposta U.G.O. (acronimo di Unica Grande Opera), recentemente lanciata dal sito Giap del collettivo Wu Ming, di condividere una unica grande giornata di lotta, territorio per territorio. Insomma, come si vede, anche discutere della lotta No Muos pone numerosi problematiche che è importante indagare e senza ponderare bene le quali sarà difficile andare avanti. Noi continuiamo a dare il nostro contributo, anche su questo versante.

Attivista contro le devastazioni ambientali e la militarizzazione del territorio

Note

[1Poi dovremmo capire se la stessa Oerre è un centro sociale, in realtà essa è un’associazione che poi gestisce uno spazio sociale, ma di questo si scriverà in futuro

[2Nemmeno esso è un centro sociale e pure esso pare esistere e resistere aldilà del posto che occupa

[3E basterebbe andare a rileggersi la Sesta dichiarazione della Selva Lacandona per constatare come anche in Chiapas, tra i neozapatisti, questa attenzione sia particolarmente viva.

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