officina rebelde
 HOME  |   Chi siamo  |   Iniziative  |   Caffè e derivati  |   Mostre  |   Video  |   Foto  |   Forum  |   Link
Ultimo aggiornamento: martedì 22 agosto 2017
Chi siamo
GLI AMORI AI TEMPI DEL CO.CO.CO.LERA

L’epidemia della precarietà, la sopravvivenza delle emozioni a dispetto di essa, una rubrica anomala, proposta dal gruppo più improvvisato dell’estrema sinistra, per raccogliere le esperienze che altrove non sono nulla: nè politica, nè letteratura. Sdolcinatamente No Global, consideriamo che abbiamo diritto al superfluo e ci avvaliamo dell’inesperienza dei nostri collaboratori per raccontarci, raccontarvi, nelle Vostre/Nostre emozioni precarie.
Nonostante il colera, nonostante tutto.

Amori ai tempi del Co.co.co.lera

Iniziative

CATANIA: APRE LO SPORTELLO DI AUTODIFESA PRECARIA
UN INIZIATIVA CONGIUNTA DEL FORUM ACQUA, DEL MOVIMENTO STUDENTESCO, DELLA RETE CATANESE 15 OTTOBRE, DI OFFICINA REBELDE CATANIA

Lavoro Precario: la legislazione Italiana sul lavoro è una vera selva ed è difficile orientarsi coi problemi posti dai diritti che sarebbero dovuti con chi lavora in situazioni border line come quelle dei contratti co.co.pro ed interinali o con chi lavora in nero;

Locazione: anche in tale settore c’è il problema dei contratti in nero, con il rischio concreto per chi occupa una casa o un posto letto di vedersi sfrattato da un giorno all’altro;

Servizio Idrico: un bene pubblico, l’acqua, che si paga salato. Spesso i gestori addebitano sulla bolletta tariffe non dovute, approfittando della disinformazione del cittadino;

Sostare: l’illegalità delle strisce blu, poste anche in zone dalle quali dovrebbero essere totalmente escluse.

VENITE A TROVARCI OGNI VENERDì, DALLE 17:00 ALLE 19:00, PRESSO LA SEDE DI OFFICINA REBELDE CATANIA, IN VIA COPPOLA N.6

PER INFO: officina.rebelde@yahoo.it

Qui il link all’articolo completo

Caffè e derivati

Per contribuire concretamente alla lotta dei ribelli Zapatisti abbiamo deciso di vendere il caffè che viene prodotto dalle loro cooperative contadine.

La confezione è da 250 gr e la vendiamo a tre euro al pacco, in caso di acquisto diretto, potrete trovarlo alle nostre iniziative, nei punti di distribuizione (dove il prezzo potrebbe però lievitare) oppure prenotarlo tramite la nostra casella mail.

Il nostro caffè, se ci sentiamo disobbedienti

Dossier sul Caffè Zapatista

Home > Home Page > Colonna Centrale > Claudio Tamagnini racconta la Turchia di Erdogan

lunedì 15 agosto 2016


Claudio Tamagnini racconta la Turchia di Erdogan

L’attivista siciliano, imprigionato ad agosto per i suoi rapporti con i Kurdi, torna in Sicilia.


L’attivista imprigionato nella Turchia di Erdogan
«Fanno la guerra ai curdi, un regime paranoico»

Simone Olivelli 12 Agosto 2016

Cronaca – Claudio Tamagnini, originario di Alcamo, è stato rinchiuso prima in una cella della stazione di polizia, poi processato, infine espulso dopo aver vissuto in un Cie. Con lui Pietro Pasculli, con il quale hanno visitato i territori vessati dalle forze vicine al presidente, rimasto al potere dopo il tentato golpe. Guarda le foto
«Se siamo riusciti a dormire con due fari puntati addosso? Se lo si vuole, si riesce a fare tutto». A poco più di una settimana dalla liberazione, Claudio Tamagnini - uno dei due italiani, insieme a Pietro Pasculli, a essere stati imprigionati nella Turchia del dopo tentato golpe contro Erdogan - racconta l’esperienza vissuta nell’arco di dieci giorni in un Paese che, oggi più che mai, sembra essere lontano dall’avere i requisiti di uno stato di diritto.

«La Turchia vive in uno stato di polizia - dichiara l’attivista originario di Alcamo -. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle passando da una cella del commissariato a un centro di espulsione, con in mezzo un processo in cui siamo stati assolti da accuse assurde come il terrorismo e lo spionaggio internazionale. Quello di Erdogan è un regime che si regge sulla paranoia». Tamagnini e Pasculli sono arrivati in Turchia il 22 luglio, pochi giorni dopo il fallito colpo di stato di una parte dell’esercito di Ankara. Obiettivo del viaggio, visitare i territori curdi, e studiare la resistenza contro il governo centrale nonché le repressioni di quest’ultimo delle aspirazioni autonomiste che caratterizzano città come Nusaybin.
Ed è proprio qui che il 25 luglio i due vengono fermati. «Fino a quel momento avevamo avuto l’opportunità di vedere gli effetti di quella che è una vera e propria guerra contro i curdi - prosegue Tamagnini - con aerei che bombardano le colline, incendiando le foreste, e la polizia che crivella le abitazioni. Abbiamo sentito anche storie di bombe a orologeria fatte esplodere all’interno delle abitazioni». Un vero e proprio assedio che, secondo l’attivista, avrebbe l’unico obiettivo di fiaccare l’animo dei curdi, facendo ricadere le responsabilità sul Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, ritenuto di stampo terrorista da Ankara. «Abbiamo trovato anche un intero quartiere totalmente recintato - continua l’alcamese -. Per quale motivo? Per buttarlo giù, ricostruirlo e favorire l’insediamento dei siriani vicini a Erdogan, quelli che hanno fatto la resistenza a Bashar Al Assad».

La raccolta di testimonianze - orali e fotografiche - viene interrotta quando i due vengono fermati dalla polizia, portati nella locale stazione e rinchiusi in una cella per tre giorni. «Non abbiamo subito violenze, ma abbiamo vissuto tre giorni con fari fortissimi e una telecamera puntata addosso». Fino al momento in cui gli attivisti hanno capito che sarebbero stati processati. «Avevamo saputo che il giudice che avrebbe presieduto l’udienza era nuovo, nominato subito dopo le purghe di Erdogan seguite al colpo di stato - spiega Tamagnini -. Questo non ci ha fatto stare sereni, ma fortunatamente siamo stati assolti». Tuttavia, i problemi erano per i due italiani erano lungi dall’essere risolti. «Neanche il tempo di trasferirci in un motel e pensare a come ripartire per l’Italia che abbiamo sentito un’irruzione della polizia - ricorda -. Ci sono venuti a prendere spiegandoci che, nonostante la sentenza a nostro favore, il capo della polizia ci riteneva una minaccia e che quindi saremo stati espulsi».

Da lì il trasferimento in un Cie, dove i due attivisti hanno condiviso, per tre giorni, gli spazi con persone legate dal fatto di essere invise al governo di Erdogan. «Abbiamo ascoltato storie assurde. Un ragazzo è stato rinchiuso per aver fatto una battuta sul presidente, mentre si trovava a lavorare al mercato». La detenzione si è conclusa poi a una condizione. «Da Adana, la città in cui ci trovavamo, saremo dovuti partire per Instanbul, non prima di aver pagato di tasca nostra i biglietti di andata e ritorno per i due poliziotti che ci avrebbero scortato». Giunti nella metropoli turca, Tamagnini e Pasculli hanno potuto imbarcarsi su un altro volo direzione Italia. «Ufficialmente non abbiamo il divieto di tornare in Turchia, ma se oggi arrivassimo lì non possiamo sapere cosa ci spetterebbe. In quella nazione al momento la legge è un concetto astratto», conclude l’attivista siciliano.

Fonte: http://meridionews.it/articolo/46217/lattivista-imprigionato-nella-turchia-di-erdogan-fanno-la-guerra-ai-curdi-un-regime-paranoico/

QUI IL REPORTAGE COMPLETO DI CLAUDIO

Kurdistan, dal 22 luglio al 4 agosto!

Partiamo o non partiamo? Molti dubbi su questa partenza… vorremmo essere un gruppetto di almeno 4, ci tenevamo in contatto fin dall’incontro di retekurdistan italia a Roma. L’idea era piuttosto arrivare in Rojava a vedere cosa succede di nuovo, come erano riusciti a fare 4 nostri amici per il Newroz. Ma per ora questo sembra impossibile: la staffetta sanitaria inviata da Mezzalunarossa per il Kurdistan, è rimasta ferma 15 giorni in Iraq, prima di arrivare in Rojava. Non ci possiamo permettere un tempo così lungo! Anche andare in Bakur, il Kurdistan turco, non pare semplice se non c’è un invito che garantisca assistenza, linguistica e logistica. Finalmente è questa l’occasione: il Mesopotamian Ecological Movement invita una delegazione internazionale per monitorare gli incendi nei boschi del nordest. Decidiamo di aderire in 5 dall’Italia. Ma poi accade il golpe o pseudo golpe. Qualcuno rinuncia subito. Ma gli amici di MEM tengono duro, facciamo lo stesso la delegazione. Poi il pomeriggio precedente all’appuntamento (dovevamo trovarci a Diyarbakir, il 23 luglio), troppe defezioni tra gli stessi turchi e il timore che con la legge speciale instaurata da Erdogan sia impossibile muoversi, la delegazione viene rinviata a data da destinarsi. Ma abbiamo i biglietti già fatti! Telefoniamo a Diyarbakir e ci dicono, “se avete già i biglietti e volete venire, siete i benvenuti”. E così Orion/Pietro e io partiamo lo stesso, e là ci uniremo a una ragazza tedesca, Rebecca, che non segue le mail assiduamente e non sa niente del rinvio.
Per cominciare con i problemi, il nostro aereo da Roma rimane fermo sulla pista a lungo senza decollare. Vedo su una pista parallela, un enorme quadrireattore con la scritta Repubblica italiana. Chi è il personaggio che fa ritardare tutti gli aerei? Non lo ho mai saputo. Fatto sta che quando arriviamo a Istanbul il nostro volo per Diyarbakir è già chiuso. Nessun problema, La compagnia aerea Pegasus si farà carico di cena e pernottamento, e ci metterà sul primo volo di domani. Sveglia alle due e trenta, per un aereo alle 5.30!
A Diyarbakir, nonostante l’orario (atterriamo alle 7.30), ci viene a prendere una ragazza di MEM, ci porta a fare colazione, con i primi due o tre bicchieri di tè, e poi alla sede di MEM, dove si discuterà cosa proporci nei giorni seguenti. Altra colazione e altro tè, ed è la stessa ragazza ad accompagnarci a Sur, il quartiere di Diyarbakir all’interno delle mura romane, che è stato teatro dell’assedio e distruzione dei primi mesi dell’anno. La parte più antica di Sur, dove a settembre, quando c’ero stato con Luisa, vedevamo le barricate e i lenzuoli di traverso alle strade per nascondersi dai cecchini, dove con la gente parlavamo degli elicotteri a bassa quota che sparavano sulle finestre, ebbene questa zona ora è completamente chiusa, con pezzi di muri prefabbricati come quelli israeliani, o con postazioni della polizia. La casa del nostro amico Kevin, che lui stava ristrutturando per farne un centro culturale, è stata espropriata per impiantarvi una stazione di polizia. Anche il grande caravanserraglio, vicino alla porta sud, già utilizzato come albergo, è stato svuotato dei turisti e occupato dalla polizia. Oggi almeno questo cerca di tornare a lavorare. La porta sud non è più transitabile, ci sono sbarramenti di polizia. Il ragazzo che, sotto un arco della porta, serviva un ottimo ayran nelle coppette di rame, è ora occupato in un chiosco fuori le mura. Le mura sono drappeggiate di enormi bandiere turche! La zona chiusa? Dicono che è chiusa perché è stata rasa al suolo, e non vogliono che la rabbia della gente esploda. Piano piano le botteghe riaprono, il mercato torna a vivere, ma tante botteghe, per esempio nel mercato dei formaggi, sono ancora chiuse.
Finito il giro per Sur, decidiamo di raggiungere il deposito di una associazione per il Rojava, che raccoglie donazioni per le popolazioni martoriate, e prepara pacchi da distribuire a seconda dei bisogni. Andiamo a fare qualche ora di lavoro, cosa che ripeteremo ogni volta che rimaniamo fermi. Ogni pacco famiglia conterrà: 2 kg di fagioli, 2 kg di riso, 2 kg di bulgur, 2 kg di zucchero, 2 kg di lenticchie, 2 kg di pasta e un barattolo di pomodoro concentrato. Una delle volte che siamo lì, arriva anche un carico di coperte! Che se ne faranno con queste temperature? Di giorno superiamo sempre i 40 gradi, e di notte siamo sui 30. Orion e io siamo alloggiati da un professore, che parla turco o kurdo, ci tocca usare google translator per certe comunicazioni…..
Il giorno dopo ci viene presentato un uomo che si fa chiamare Apo, e che si offre di accompagnarci nel distretto di Lice, dove ha la famiglia.

Lasciamo Diyarbakir con un autobus di linea, è sempre il modo migliore per passare inosservati. Infatti non verremo mai fermati. A Diyarbakir avevamo avuto degli incontri con i volontari del Mesopotamian Ecological Movement, che ci suggerivano di recarci nel distretto di Lige (scrivo così, almeno la pronuncia corrisponde a quella kurda). Si tratta della zona montuosa a nord est di Diyarbakir, già teatro di grossi sconvolgimenti negli anni 90. Ora che è estate, il timore è sempre quello degli incendi, e rimaniamo con il dubbio se troveremo incendi da sbadataggine, come tante volte da noi, o incendi dolosi o semi dolosi. Il nostro bus, che aveva fatto tappa presso un mulino dove vari viaggiatori, ma soprattutto una signora, si erano riforniti di pesanti sacchi di bulgur, ci lascia in "centro" dove scarica anche i sacchi di bulgur. Sarà un paese di qualche migliaio di abitanti, neanche molto concentrati. Il nostro accompagnatore ci porta subito alla sede dell’HDP. È sempre il luogo in cui incontrare gente disposta a raccontare, o come qui, anche ad aggiungerci al loro gruppo FB per seguire le foto degli incendi. Ci mostrano le fiamme di qualche giorno prima: terribili. Una foto mostrava un soldato su un versante di una collina; poco dopo, al posto del soldato si levano grandi fiamme. Ci sembra incredibile. Un po’ di acqua fresca, un immancabile bicchiere di tè, e ci viene procurato un mezzo con autista per accompagnarci nei villaggi e frazioni. Per oggi andiamo a sud di Lige, dove ci sono più incendi. I nomi dei villaggi è impossibile ricordarli. Si vede sempre fumo in lontananza, tra una serie di colline e un’altra.

 Nel primo villaggio raccontano di essere appena rientrati nel paese: qualche settimana prima una invasione di militari nell’area li aveva fatti sgomberare con la forza. Al ritorno hanno trovato che tutto quello che era all’aperto, compreso i trattori, era stato bruciato; una scuola danneggiata, gli immobili un po’ anneriti dai fuochi. Ma non hanno molta voglia di raccontare. Ripartiamo. Sempre fumo in distanza, ma ora dobbiamo attraversare zone bruciate. Che desolazione! Quello che brucia sono boschi di querce, una quercia che assomiglia al nostro leccio per come cresce con arbusti molteplici, ma la foglia è più frastagliata, certo non è una esca facile, come lo sono i pini per esempio. Infatti si vede che spesso i contadini riescono a circoscrivere i fuochi, se solo arrivano in fretta. Tra l’altro c’è poco sottobosco che aiuti a propagare il fuoco, il problema è la tenacia dei soldati nel continuare a bruciare.

 Nel villaggio successivo c’è molta più accoglienza, compreso un pranzo bevendo ayran. Raccontano che ieri (non la settimana scorsa) gli elicotteri giravano nella valle di fronte. Questo villaggio sembra scendere a gradinate verso la valle. "Lì, erano lì gli elicotteri e tiravano granate incendiarie". Ci sembra assurdo. Più tardi arriviamo al villaggio dell’uomo che ci accompagna. L’autista ci lascia con il suo mezzo, restiamo per la notte ospiti dei genitori del nostro amico. Questo villaggio è stato raso al suolo nel ’94, nei bombardamenti della zona contro il PKK. È pieno di case distrutte. Qualcuna è stata ricostruita, come quella dove ci ospitano, con la sua terrazza, il suo ovile, le galline che girano dappertutto. E qui quando cala la sera, in lontananza, verso Lige, si sentono spari, ma sull’altro lato, sopra i boschi, vediamo girare un elicottero e poco dopo parte un incendio! Allora era tutto vero! Tirano granate incendiarie, un po’ a caso, qualche volta facendo molto danno, qualche volta meno, come ora, visto che dopo un paio di ore il fuoco è già spento. Ma l’anno scorso anche l’orto dei nostri amici che ora è bello e rigoglioso era andato in fumo. 

 Possibile questo accanimento di devastazione? Che non sembra avere un obiettivo preciso: non può stanare i guerriglieri, non distrugge completamente un’area, le querce ripartiranno, gli orti si rifaranno. Solo il piacere di distruggere, di rendere la vita più faticosa di quello che è.

Il giorno dopo, si offrono di accompagnarci nelle montagne a nord di Lige. Qualche difficoltà a capire i programmi….. Partiamo dal fatto che nel villaggio dove abbiamo pernottato, nessuno ha una macchina, e dobbiamo raggiungere una strada principale, che ci riporti a Lice. L’unico mezzo è un trattore. Quando vedo un trattore che aggancia un aratro non capisco cosa voglia fare, con questa terra secca. Ma serve per noi! Tutti a cavallo dei parafanghi, due che guardano davanti e i due che guardano dietro appoggiano i piedi sull’aratro. Alla strada principale passa subito un autobus, che si ferma e ci porta al bivio prima di Lice, questa volta non andiamo in “centro”, ma tiriamo dritto verso le montagne. Ancora confusione, telefonate. Finalmente è chiaro: aspettiamo un autista con macchina (penserei a un fuori strada), che ci accompagnerà. Arriva una vecchia renault sgangherata e sfumacchiante: è il nostro autista con fuori strada, e sarà vero che va anche fuori strada!

Ci portano ad una grotta enorme, è un sito naturalistico, un sito storico, un sito da divertimenti?
C’è una forma di laghetto, famiglie al pic nic e bambini che sguazzano nell’acqua. Visibilmente qualcuno già pensa al pranzo. Noi ci arrampichiamo su un costone a strapiombo sull’acqua. In cima al pendio, si apre davanti a noi una grotta enorme, sarà alta almeno trenta metri e con una profondità di 150 o di più. Impressionante. All’entrata, un disegno scavato nella roccia, rappresenta un sacerdote che fa un’offerta. A quale periodo sumero risalirà?
Quando scendiamo, veniamo invitati a saltare in acqua, e prendere un percorso laterale, che si snoda in acqua. Parlano di due km di galleria, con cascatelle e spazi più ampi. In un punto illuminato, un’altra raffigurazione sacra, un vero bassorilievo scolpito nella roccia.
Al ritorno, un’altra sorpresa, una sorgente di acqua gelida che si butta nel laghetto, beviamo, è meravigliosa. Ma il picnic, ci invita, “venite ce n’è anche per voi” decliniamo l’invito, e allora? Subito ci portano pane, ali di pollo arrostite, cetrioli e pomodori… come si fa a dire di no?
Ripartiamo: ecco, il nostro fuori strada è venuto fino qui, ci fa salire, ma poi ci fa scendere per i passaggi più impervi, e risalire subito dopo! Si sale, accerchiando la zona delle grotte. E sopra? Resti di mura grandiose, scalinate scavate nella roccia, sempre di qualche periodo sumero… E sempre sulla strada vediamo passare camion stracarichi di sacchi. Parrebbero sacchi di cotone, ma non lo si coltiva quasi più. E’ paglia macinata e poi insaccata, destinata agli allevamenti da carne. Pare che così viene mangiata con gusto da animali che poi varranno di più al macello.
Continuiamo a salire, in mezzo a boschi, dove ci sono pochi segni di fuochi passati. Eccoci ad un villaggio, dove lasciamo un ragazzo che si era unito a noi, tante capre e tanta acqua, meno male, perché la nostra macchina ormai ha l’acqua che bolle che è un piacere.
Si sale ancora, eccoci ad un cimitero con iscrizioni arabe e persiane, ma bandiere kurde sugli alberi. Di nuovo la macchina bolle, ma c’è acqua per i fiori dei cimiteri!
E là in fondo? Un cimitero del PKK, dove ci rechiamo rispettosamente. E’ già stato distrutto una volta con bombardamenti, si vedono i resti, ora è ricostruito con le sue lapidi. Tutti i combattenti hanno solo un nome simbolico, che nessuno possa risalire alle famiglie!
Tornati a Diyarbakir, veniamo invitati ad un’altra giornata di visite: Un campo per profughi irakeni, con le tende contornate da orti. Vediamo tante donne occupate alle loro coltivazioni, fa parte del lavoro di reinserimento, si lavora in bio, si lavora con semi tradizionali, la partecipazione stimola la vita e la coscienza. Poi gli orti urbani, qualcosa ci aveva già mostrato l’amico che ci ospita, una sera che aveva preteso che cucinassimo spaghetti noi e ci aveva portato a cercare pomodori in questi orti… Comunque anche questa è una forma di inserimento, e sono degli uffici comunali che cercano di coordinare le coltivazioni. Lo stesso vale per una zona fuori città, lungo il Tigri. Questi terreni sono stati coltivati a cotone, fino all’esaurimento. Ma sono sempre pianure alluvionali, e dopo un po’ di anni si può tornare a coltivazioni orticole. Ci sono 40 famiglie che vivono del lavoro di questi orti!
L’amico che ci ospita è stufo di noi. Invece un altro che è stato malato negli ultimi giorni, è tornato in salute e ci viene a prendere al centro per il Rojava dove dividiamo pacchi. Ma questo è un ecologista serio, non ha macchina, e così ci avviamo a casa sua con i mezzi pubblici, ma noi abbiamo gli zaini, e fa ancora un gran caldo. Dopo due bus, e una doppia camminata, prima dei bus e dopo dei bus, eccoci a casa, vive da solo, parla inglese dato il suo lavoro per enti internazionali, e mentre ci prepara riso e lenticchie, racconta le sue impressioni sul golpe e su altro. Ha anche una birra in frigo! Che leccornia!
Il giorno dopo, di nuovo appuntamento con Rebecca, la tedesca. Dobbiamo decidere cosa fare nei prossimi giorni. Opteremmo per andare a Cizre, a vedere cosa resta dopo i mesi di coprifuoco e distruzione. Ci accompagnano ad un bus che va alla stazione dei bus. Malinteso, la stazione dei bus locali, o quella dei bus da grandi distanze? Rebecca che capisce troppo il turco, capisce ma non capisce, insomma restiamo sui bus urbani per una ora e mezzo, fino a decidere: prima tappa Mardin (città storica e turistica), da lì nuovo bus per Nusaybin, se è vero che ora si può entrare (fino a ieri, al centro per il Rojava, sapevano di non poter portare niente a Nusaybin, perché ancora sotto assedio.
Sappiamo di correre qualche rischio… decidiamo comunque di presentarci come turisti, magari un po’ particolari, ma turisti. Pretendersi giornalisti è molto più pericoloso.
Arriviamo a Nusaybin il secondo o terzo giorno da quando è possibile rientrare. Siamo su un bus da 15 posti, veniamo da Mardin, insieme a gente con bagagli. Il posto di blocco è su una strada di grande comunicazione. Da un lato i camion vengono fatti continuare sulla strada, dall’altro si entra in paese. Prima controllo dei bagagli, sotto un sole implacabile, sono le tre del pomeriggio, i mezzi restano fermi al sole anche mezz’ora. Fanno pena pure i poliziotti fermi a controllare. Subito dopo, altro check point: documenti. Vengono controllati i nostri passaporti, chiedono anche di vedere foto sulla mia macchina fotografica, ma ce n’è tantissime, tutto Ok, possiamo entrare in paese.
Certo è che da cinque mesi nessun forestiero è entrato a Nusaybin
Siamo cotti anche noi, cerchiamo un posto per mangiare qualcosa, ecco una pasticceria che forse ha appena riaperto. "Chai? " Si, e pane e biscotti. Scarichiamo gli zaini e ci sediamo. Entra subito un mucchio di gente, non si capisce se per la pasticceria o per noi, certo vengono tutti da noi. Uno che parla anche tedesco mi riconosce come parte della delegazione a Cizre l’anno scorso. Uno dice di essere deputato HDP e potrebbe accompagnarci in giro, poi ci ripensa e dice che è meglio di no. Alla fine lasciamo lì gli zaini e usciamo da soli.
Davanti a noi una recinzione cementata in un muretto che taglia la strada per tutta la sua lunghezza. Rete di quella spessa. Al di là case sventrate saracinesche divelte.... è una zona off limits, non ci si può più entrare, tale è la distruzione. Camminiamo lungo la recinzione, sembra un grosso quartiere quello che è tagliato fuori. A un certo punto fa una curva, ci sono transenne della polizia, ma ci fanno segno che si può passare. E le visioni sono allucinanti, anche perché stiamo entrando con gente che torna ora alle proprie case. Per la prima volta NON vedo bambini che gridano, corrono, giocano, fanno segni a V con le dita
Donne che si fermano davanti alla loro casa bruciata, crivellata di colpi, con le saracinesche del piano terra divelte: non osano entrare.
Uomini che come noi fanno le foto alle loro case, nella zona off limits, ma loro fotografano le loro case distrutte, a cui non possono accedere.
Qualcuno spinge macerie fuori da casa.
Qualcuno evidentemente è già venuto ieri, ora ha gruppo elettrogeno, flex e saldatrice e comincia a lavorare.
Un altro sta già mettendo un vetro, ma c’è qualche misura sbagliata, si ferma, ricomincia.
La polizia ha un controllo totale del territorio, girano dappertutto con delle jeep enormi, blindate, munite di torrette da cui sparare, ce ne saranno almeno un centinaio. Sappiamo (lo scopriremo in prigione) che ci sono ancora sacche di resistenza dentro la città. Il coprifuoco è ancora in vigore.
Nusaybin è sempre stata una roccaforte del PKK. Per questo dopo la dichiarazione di autonomia del comune e il solito avvio delle cariche doppie, un uomo e una donna in tutti gli incarichi, la città ha risposto all’attacco delle forze di polizia. Da mesi continua la battaglia, ma a un certo punto il PKK ha deciso di lasciare la città per non causare ulteriore sofferenza alla popolazione. E così la polizia ha avuto buon gioco a mettere bombe nelle case che la gente aveva man mano lasciato, e a dire poi che era stato il PKK; l’ultima, più terribile, era in un frigorifero che un bambino ha aperto, rimanendo ucciso.
La polizia usa armi speciali, invece, cosa strana, non c’è presenza dell’esercito. E la polizia non ha divise, l’unico segno di riconoscimento è la pistola infilata nella cintura, il che fa pensare a una forza parallela
Continuiamo il nostro giro, andiamo verso il confine, dalla strada che collegava Nusaybin con Qamishli. Oltre la frontiera è Qamishli, città del Rojava che non è mai stata presa da Daesh, ma dove si sono succeduti gli attacchi suicidi, fino a quello di qualche giorno fa, con oltre 50 morti. Stiamo parlando con il capannello di persone che si forma, di questa assurda divisione tra kurdi, di qua e di là della frontiera. Ma sopraggiunge un blindato, ci guarda, esita, si ferma, scendono e ci fermano.
Ci caricano sul blindato. Non ho fatto in tempo a cancellare niente dal tablet. Prima prendono il telefono di Pietro. Almeno le foto le ha man mano inviate ai suoi, non ci sono. Ma si divertono a curiosare. Poi le macchine fotografiche. Sosta ad un altro posto di blocco, consultazioni con qualche superiore. Andiamo alla stazione di polizia. Stranissimo questi poliziotti senza divisa, solo la pistola alla cintura. E i blindati senza targa. Alla stazione di polizia cominciano gli interrogatori. Dureranno fino a mezzanotte. Il coprifuoco è ancora attivo dalle 20! Non tira una bella aria, ma non ci hanno ancora perquisito con cura. Mi hanno trovato un telefono, quello con la scheda italiana, così non me ne cercano un altro. Dico che devo andare in bagno, e così, con il piantone alla porta, riesco a inviare un messaggio a Nicola, l’amico avvocato di Palermo, che è già stato due volte in Kurdistan anche lui, con i giuristi democratici. Poi riporto il telefono alle impostazioni di fabbrica, non ci sono più le ultime telefonate!
A mezzanotte ci dicono, siete nostri ospiti, e così sequestrati zaini, sequestrati telefoni, sequestrati tablet o portatile, sequestrate macchine fotografiche, sequestrati taccuini e blocchi di appunti, tolte cinture e lacci delle scarpe, veniamo accompagnati sotto terra, ecco le nostre celle: letti? Pagliericci? Non saprei come chiamarli. Comunque murati a parete e pavimento, panca di legno con sopra gommapiuma ricoperta di tela cerata, molto schiacciata in centro, caldissima sulla pelle. Oltre le sbarre, un faro potentissimo ci illumina costantemente, e scalda ancora di più l’ambiente. Separati. Siamo pericolosi. Ogni cella ha anche la telecamera che ci osserva.
Abbiamo già firmato una carta, dove non è ancora scritta l’imputazione. Però garantiscono che, con questa, la mattina dopo avrebbero mandato un fax alle nostre ambasciate. Siamo al venerdì mattina. Non succede niente. Di pomeriggio ci vengono a prelevare, ci presentano l’interprete, una signora che sa qualche parola di inglese, e gli avvocati, pare che dovremmo averne uno per uno. Prima di andare in tribunale, veniamo portati in ospedale! Un dottore deve certificare che non siamo stati picchiati! Assurda questa parvenza di difesa dei diritti di fronte alla illegalità di un arresto e alla distruzione del Kurdistan! In tribunale dobbiamo essere interrogati da un procuratore. L’accusa della polizia, appartenenza a gruppi terroristici o spionaggio internazionale, deve essere vagliata dal procuratore, che poi la presenterà al giudice. Questa accusa è stata definita nella giornata, la sera prima avevano lasciato lo spazio bianco. Ma hanno lavorato alacremente, c’è già un dossier su di noi, con foto e estratti di documenti. Parte del amteriale confiscato è stato spedito Al capoluogo, per ulteriore analisi. Le accuse rivelano le paranoie di Erdogan: terrore dei kurdi, troppo forti e con qualche sostegno internazionale (da qui l’accusa di appartenere a organizzazione terroristica), e terrore che qualche potenza straniera lo voglia destabilizzare (da qui l’accusa di spionaggio).
Ma è venerdì, una ora la passa il procuratore con Rebecca, i cui appunti in turco sono prove di accusa, e a cui è stata trovata una chiavetta usb con decine di documenti “compromettenti”. Alle 19 si interrompe e si rinvia, si torna nei sotterranei. Mi pare di capire che il consolato italiano ha già chiamato, ma non ce lo hanno passato, si sono limitati a dire che stiamo bene e che loro stanno indagando. Intanto, impronte digitali e foto segnaletiche.
Il sabato non succede niente, però, sempre dentro un blindato, facciamo un giro all’ospedale a certificare la buona salute. Se no, il nostro buco super illuminato e super caldo. Con me passa un ragazzo che parla un po’ di arabo, e riusciamo a capire che combatte e che ci sono sacche di resistenza.
Solo l’arrivo del rancio ci fa conoscere lo scorrere del tempo.
La sera c’è la chiamata del consolato, a noi hanno detto che il seguito dal procuratore e poi il processo dal giudice saranno la domenica, e il consolato conferma di avere fatto pressione in questo senso.
Nella stazione di polizia, oltre ai blindati, ci sono due enormi escavatori, con braccio così lungo come non ne ho mai visto, possono arrivare a demolire un quinto piano! E allora? Hanno forse intenzione di espropriare e radere al suolo il quartiere off limits? Per procedere con la politica del rimescolamento etnico e mettere lì dei siriani che siano grati a Erdoğan? Pare che tutta la politica repressiva in Kurdistan sia finalizzata a questo: non vogliono aree dove alle elezioni il HDP ottenga il 90 %. Non vogliono una area kurda. La turchizzazione e fascistizzazione dello stato deve andare avanti. Rimescolare le popolazioni per negare identità è l’obiettivo del potere, per questo userà i soldi europei!
Finalmente dal procuratore, conosce il francese, vuol dire che mi posso spiegare bene. Nel dossier della polizia si ipotizza che io abbia scritto degli articoli contro Erdogan: sono sul mio tablet! Come “scritti da me”, dico, la polizia non sa che uno cerca materiale sul web, poi magari non lo legge nemmeno, ma rimane nella memoria? Anche il procuratore fa un sorriso. E poi le foto, certo c’è il cimitero del PKK, ci sono quelle dell’anno scorso a Suruc e a Cizre, ma ci sono anche tutte quelle di posti turistici normali, se in Turchia ci sono anche cose brutte, purtroppo si vedono anche quelle, non solo quelle dell’avvocato che ci mostra foto di prima e dopo.
Finalmente dal giudice. E’ insediato da solo quattro giorni, dopo le purghe di Erdogan! Non si sa come valutarlo. Nuove domande, sempre sullo stesso tono.
Poi, la parola alla difesa: “In questo paese ci lamentiamo che non vengono più i turisti, ma non possiamo pretendere che facciano solo quello che vogliamo noi, altrimenti li mettiamo in prigione!”. E pare che anche il seguito sia stato meritevole. Ci mandano fuori, in attesa della sentenza: ecco gli avvocati che escono: liberi! Assolti!
Scambi di abbracci festosi, solo i poliziotti che ci avevano scortato non sono allegri. Ma non gli dobbiamo più niente, le folli accuse sono cadute.
Usciamo con gli avvocati, finalmente una macchina civile e non più i blindati della polizia. Di corsa alla stazione degli autobus per vedere se c’è modo di correre subito a Mardin, ma non c’è più niente, gli avvocati ci accompagnerebbero, ma è tardi, non possono rientrare prima del coprifuoco. Quindi ci accompagnano ad un albergo subito fuori città, tipo motel sulla strada principale. Guardiamo i letti con desiderio, lo stesso la doccia e il ristorante. Ma mentre io sono appena uscito dalla doccia, Pietro è su messenger con qualcuno, Rebecca sta cercando voli per l’indomani, trambusto sulle scale: fermi tutti, è di nuovo la polizia, che nessuno si muova, dovete venire con noi!
Ma siamo liberi! Accerchiati dai poliziotti, il gestore dell’Hotel ci restituisce quasi tutti i soldi, e noi dobbiamo raccogliere le nostre cose e seguirli, di nuovo sul blindato, anche se senza poliziotto di guardia con noi.
Anche il capo della polizia è nuovo, e questo usa tutti i poteri che il periodo di emergenza dà alla polizia. Si torna alla centrale di polizia. Non vi preoccupate, non vi rimettiamo nelle celle. Porteremo la cena. Non possiamo offrirvi molto, il pavimento dell’ufficio in cui siamo stati più a lungo. Ci sono i loro computer accesi e connessi, penso che li hanno lasciati apposta, per tentarci a cercare qualche contatto che poi potrebbero vedere. Siamo sempre convinti che non è tanto noi che vogliono, ma risalire a qualche combattente o spia che gli possa tornare utile. Per esempio si erano accaniti a cercare il nome dell’autista di Lice, ma è proprio impossibile che ce lo ricordiamo, se anche lo abbiamo mai sentito.
Pensiamo che ci chiamino presto per portarci ad un aereo, avevamo visto voli convenienti per la Grecia. Invece non hanno fretta. A metà mattina, col solito blindato, veniamo portati a Mardin, città capoluogo, non all’aeroporto, ma ad una grande costruzione dove sono tutti uffici amministrativi della polizia. In particolare arriviamo ad un ufficio per la deportazione. “Pagate voi il biglietto?” chiedono. Se paghiamo noi, scegliamo noi il volo! NO, e allora niente. Passano parecchie ore nell’attesa di una risposta positiva da Ankara. I poliziotti ci controllano sempre, ma anche, dopo avere contribuito ognuno con un po’ di soldi, un poliziotto va a prendere qualcosa da mangiare per tutti.
Finalmente ci si muove. In macchina, ad un altro ufficio. Poi all’ospedale, ancora controllo delle eventuali legnate, sembra ridicolo! E solo ora cominciano i modi più rudi: mentre saliamo in macchina i poliziotti ci strappano di mano telefoni, tablet e macchine fotografiche, li chiudono nel cruscotto e chiudono noi sui sedili posteriori con sicura per non poterci muovere! Ma non eravamo stati assolti?
Cinque ore di corsa nella sera, verso Adana, su due macchine diverse, accompagnati da 5 sbirri corpulenti, pronti a usare le maniere forti quando ci fermiamo a un’area di servizio e Rebecca perde tempo in giro. Immaginiamo che la corsa è per arrivare a Adana, sarà che là l’aeroporto è più grande e ci sono voli notturni, forse vogliono liberarsi di noi in fretta!
Adana, usciamo dall’autostrada, ma le macchine girano su strade che non hanno l’indicazione Havalimani (aeroporto), dove ci portano? Si fermano a chiedere, sbagliano strada, finalmente un cancello, un poliziotto: “siamo quelli di Mardin, abbiamo avvisato”
Ed eccoci in un centro di detenzione e deportazione, insieme ad una sessantina di altri, più o meno illegali, in attesa di espulsione, insomma come un nostro CIE. Nuova perquisizione, nuovo sequestro di tutto quello che abbiamo, compresi cinture e lacci delle scarpe, anche qui non si può tenere quasi niente (una maglietta per il cambio e qualche cosa da toelette). Di nuovo dietro le sbarre, quanto durerà? Sembra la vendetta della polizia: liberi? Credevate così, eccovi di nuovo rinchiusi. Per lo meno senza il faro negli occhi, con la telecamera solo in corridoio, e le finestre con pesanti inferriate, ma da cui si segue il sole, dall’alba al tramonto. I nostri compagni? Un ragazzone siriano che lavorava in un deposito di Ankara a scaricare cipolle. Gli è scappata una battuta contro Erdogan, lo ha sentito la persona sbagliata, documenti irregolari, quindi espulsione, lui è con noi, la moglie è di sotto, nel reparto donne e bambini. Un ragazzo marocchino, studiava legge ad Ankara. Anche lui fermato per un controllo, ha qualcosa di sospetto nella borsa, espulsione. E’ tutto uno stato di polizia. E sotto le nostre finestre abbiamo quattro furgoni Ford nuovissimi, per trasporto persone. Stemma turco e europeo sul muso. Non sono in uso, ma un giorno li spostano per fotografarli e rimetterli a posto. Sono qui i milioni di euro dell’Europa?
Non abbiamo telefoni, ma si può comprare una scheda telefonica, e quando i guardiani sono di buon umore, si può scendere a turno a telefonare. Così veniamo a sapere che mia figlia e il padre di Pietro sono in trattative con Consolato, Farnesina e Polizia. Se pagheremo anche il biglietto avanti e indietro a due guardie che ci accompagnino fino a Istanbul, all’aereo per l’Italia, entro qualche giorno ce ne andremo! La beffa finale!
Ma è così che dobbiamo fare, e il 4 agosto torniamo a Roma, dove ci aspetta anche la polizia italiana, per scrivere dettagliati rapporti su cosa ci è successo.

Biji berxuadena Nusaybin!

Rispondere all'articolo

Questo articolo è stato visto volte.