Per contribuire concretamente alla lotta dei ribelli Zapatisti abbiamo deciso di vendere il caffè che viene prodotto dalle loro cooperative contadine.
La confezione è da 250 gr e la vendiamo a tre euro al pacco, in caso di acquisto diretto, potrete trovarlo alle nostre iniziative, nei punti di distribuizione (dove il prezzo potrebbe però lievitare) oppure prenotarlo tramite la nostra casella mail.
Il nostro caffè, se ci sentiamo disobbedienti
PRIMA DEL QUARTO, TRE ANNI VISSUTI IN MANIERA IRRESPONSABILE, NEOZAP, NOGLOB, VEDETE UN PO’ VOI...
Non abbiamo mantenuto le nostre promesse. Avevamo scritto nello statuto, all’articolo 9, che avremmo fatto, il primo gennaio di ogni anno, un report, a mo’ di bilancio sociale delle nostre avventure, ma siamo stati presi dalle mille strade della rivoluzione sociale e, tra un uovo sodo di qui ed un’installazione militare su un territorio ribelle dall’altra parte, poi le sere degli aperitivi nostalgici davanti la putia, poi i fratelli e le sorelle immigrati/e, poi il nostro antifascismo corretto con la gazzosa, poi in fondo è che siamo troppo noglobbals, alla fine è andata che ci siamo persi e non abbiamo più fatto un cazzo. Allora ripariamo qui, in questo scritto che contiamo di fare uscire il primo Gennaio 2010 a sedici anni dall’inizio dell’Insurgenzia Zapatista ed a tre anni compiuti dalla fondazione di Officina Rebelde, all’inizio del quarto anno di vita dell’associazione. Gli schemi non ci piacciono, ma non possiamo, in alcune cose, che schematizzare per rendere meglio le vicende ed il lavoro politico che ci siamo proposti ed abbiamo programmato ed affrontato, mese per mese semestre per semestre, anno per anno.
2007
Beh, il primo anno, quando siamo nati, lo abbiamo fatto in un determinato contesto, il contesto era molto locale. C’era un gruppo di militanti degli ultimi coordinamenti dei collettivi dell’università catanese che ambiva ad uscire dal contesto strettamente universitario ed a portare a Catania, realtà sempre stata molto “resistente” ad una serie di percorsi politici e di riflessioni che invece in ambito nazionale giravano, nuove idee, nuovi stimoli. Attorno a questo gruppo c’era un’area di altre realtà, circoli di rifondazione, collettivi universitari. All’inizio, anzi, la cosa era molto piu modesta, ci serviva solo un gruppo che servisse al lavoro degli altri e facesse cassa organizzando serate per costruire iniziative (e difatti mettemmo su una serie di serate e i soldi di una di queste, ad esempio, li mandammo alla madre di Dax). Poi gli stessi militanti allargarono la prospettiva e cambiarono l’impostazione del loro lavoro. Scrivemmo lo statuto, demmo la forma al tutto dell’associazione non riconosciuta. Cominciammo a pensare Officina Rebelde come collocata sul piano ideologico delle lotte, la punta di diamante di un’area non piccola ed eterogenea di militanti che avrebbe potuto portare avanti determinati discorsi che il concreto della lotta non permetteva di sviluppare. Beh, certo, poi c’erano una serie di assunzioni che, anche sul piano teorico, erano rotture rispetto al nostro modo vetero di intendere la militanza e le avanguardie. Decidemmo di andare alla “radice” di quel che per noi era nuovo, dall’Insurgenzia del 1994 in poi, commentammo collettivamente la sesta dichiarazione http, organizzammo una mostra con le foto e le esperienze che una nostra compagna aveva portato dal Chiapas, ed una conferenza sul tema. Immaginavamo, nel nostro piccolo, Oerre come una minuscola comunità, tenevamo a darle un’immagine, costruimmo il sito, sperimentammo internet come mezzo di veicolazione, stampammo un simbolo, le tessere. Secondo noi, come in Chiapas, la comunità opposta alla disgregazione capitalista era il motore della resistenza e del conflitto, qui da noi c’erano gli esempi del no-ponte e del No-TAV…tra un divano e quattro sedie si discuteva tra noi, si liquidava il novecento, si commentavano passo passo articoli, scritti…e questo non ci impediva di scendere in piazza, facemmo soprattutto l’antifascismo alla maniera dei Glbt, in quel periodo ormai celebre a Catania che seguì per un paio d’anni il 16 settembre 2006, cui saremo eternamente debitori per il passo avanti che riuscirono ad imprimere alla nostra concezione di Antifascismo. Antifascismo non era più una guerra tra bande, triste, capace di creare profonde lacerazioni nel tessuto militante. Antifascismo era una festa, la festa dei corpi non conformi al potere che scendevano in piazza e dicevano “Ora Basta” ed in quanto tali erano ribelli, aggregatori di un nuovo sociale.
2008
Era passato un anno, ed il nostro sguardo aveva spaziato dall’antico corso al Chiapas. I militanti e le militanti di Oerre avevano l’impressione di dover confrontarsi con questa cosa, questa cosa che era stato il decennio di lotte in Italia che andava dal 1967 al 1980 e che era un rimosso collettivo della storia d’Italia, una zona d’ombra, una nebbia grigia buona solo per farci film e scriverci romanzi d’appendice. E noi, che avevamo il bisogno di confrontarci, riflettere, non ce ne facevamo un’emerita mazza del film pieno di attori belli o del libro scritto a tinte forti per l’attracco alternativo del venerdì sera, niente togliendo alle facce da Cinecittà ed all’industria delle emozioni in scatola con il loro corollario di ribellioni da happy hour. Cercammo i testi e più ancora i volti, le storie, anche attraverso le testimonianze di Franco Piperno e di Piero Bernocchi in due assemblee pubbliche. Sulle vicende del decennio non abbiamo verità assolute, abbiamo guardato a quell’esperienza cercando di saccheggiarla nella nostra particolarissima prospettiva. C’è stata una rivoluzione in Italia e dentro la prima un’altra. C’è stata la grande insorgenza della classe operaia e degli studenti contro il capitale e dentro di questa un qui ed adesso, un sociale che si auto organizzava in contropotere, ma soprattutto in aggregazione, distribuzione, relazioni sociali al di fuori del potere. La tragica fine del movimento dopo i gruppi, la sconfitta epocale, sta nell’anteporre sistematicamente il politico al sociale. Nel non capire che un cambiamento rivoluzionario non ha il tempo di un piano quinquennale e che lo scontro ed il conflitto non sono la misura della crescita di un movimento. Il tema, secondo noi officini, è quello del tempo del cambiamento rivoluzionario, di tematizzarlo e di abitarlo in tutte le fasi, sia in quelle di accelerazione che in quelle di stasi e carsiche, necessarie quanto le prime. Un progetto politico, come quello dei gruppi e delle avanguardie di quel decennio, era destinato a crollare perché tutto fondato sul falso presupposto di teorizzare una presa del potere in tempi brevi. Miccia Corta, si sarebbe detto ai tempi. Nel frattempo, il paese reale, quello contemporaneo, vedeva cadere, il 24 gennaio, il governo Prodi. Tutto quello che c’era stato attorno ad Oerre mutò, si perse, si riposizionò, impazzì. Il Precari (Circolo del Prc) fu ridimensionato assieme alla sua area, il Coordinamento dei Collettivi si sciolse. Dal nostro punto di vista c’era una analogia, con le vicende storiche di cui sopra, con la lezione degli anni sessanta e settanta (e dopo questa la volante rossa farà giustizia di noi….), aggravato dal fatto che qui le avanguardie che criticavamo, oggi avevano una spiccata vocazione riformista. C’era anche qui un movimento sociale che esprimeva esigenza fortissima di cambiamento, che era ricaduto nella vecchia cultura della delega ed aveva speso le sue aspettative di cambiamento, che a partire da Genova in poi avevano liberato energie fortissime, attorno al progetto politico del centro sinistra ed in particolare di rifondazione. Un fraintendimento enorme, che costò al movimento un’intera generazione e decine di migliaia di militanti, mentre i suoi gruppi dirigenti inseguivano altri gruppi dirigenti che inseguivano altri gruppi dirigenti che alambiccavano e formulavano ipotesicchiole politicanti del respiro di uno, due, tre mesi. La politica doveva tornare ad essere al servizio della rivoluzione sociale, e non essere rinnegata come nella disillusione facevano tutte quelle pecoraccie che avevano puntato tutto sul "governiamo", questo divenne chiaro per Officina, che proprio quell’anno smise implicitamente di pensarsi come un’avanguardia ideologica del nulla per cercare di salvare il salvabile. Era necessaria non la fretta della politica politicata, dell’evento clamoroso, delle quattro televisioni, degli slogan, dei simboli, ma agire continuativamente con coerenza per perseguire obiettivi di larga prospettiva, creare campagne politiche di sostanza.“Lentezza zapatista”, era il nostro motto. Alle riunioni, in questo periodo, spesso, qualunque fosse il tema, portavamo un passo di un libro che apprezzavamo particolarmente e lo leggevamo. Ci battemmo per il pride Catanese, intervistammo Sara Crescimone, andammo a Cinisi, uscimmo dalle sedi chiuse per fare le nostre riunioni in pubblico, in mezzo alla gente, senza pareti. Anche la nostra base cambiava, sempre più simpatizzanti fuori dai tradizionali giri della sinistra militante, processo che il terzo anno arrivò al culmine. Giocammo la nostra partita tutta in contropiede, cominciammo ad intuire che nella società covava una nuova grande rivolta. Aderimmo alla protesta contro il decreto Maroni e partecipando nell’organizzazione alla grande festa dell’11 Ottobre in piazza Carlo Alberto con gli immigrati, si cominciò a lottare contro il razzismo di stato. Poi venne l’Onda, venne la nuova grande rivolta. Una generazione totalmente nuova alle lotte vi si affacciava per la prima volta con una forza spaventosa e dirompente. Un’esperienza fortissima, ma con dei limiti che ne segnarono il passo. Ai vertici c’era l’assoluta mancanza di una proposta politica, tutta riassunta da quella menata di slogan dell’autoriforma ed autoformazione, che nessuno ha mai capito che volesse dire, fatto sta che impegnati tutti ad autoriformarsi tra le centinaia di migliaia di studenti del movimento, ci si dimenticò di andare a gennaio a contestare la riforma sotto il parlamento. Alla base, tra i militanti, come capita dopo le grandi delusioni collettive, c’era un vivo sottofondo antipolitico misto ad assortito pattume similtravagliesco, grilliano, dipietrista e legalista. L’Onda non fece il salto del sessantotto, non divenne impegno politico collettivo e complessivo. Noi provammo a tessere ugualmente il nostro filo in questa direzione. Parentesi: Le lotte per il territorio nella Sicilia orientale, riassunto minimo
2009
Ci era giunta notizia che la nostra amata ministra Prestigiacomo stava organizzando, nel contesto del G8 di Luglio in Italia, un G8 tematico ambientale a Siracusa. La CONFINDUSTRIA locale celebrava il proprio trionfo in casa, parlando di riqualificare un territorio che aveva alacremente contribuito a devastare. La riqualificazione secondo il Pdl? Un rigassificatore a Priolo, una centrale nucleare da qualche parte in Sicilia….uno schifo, insomma, alla faccia di tutti, tutti a Siracusa e provincia, che hanno avuto almeno un morto tra incidenti lavorativi e malattie professionali al petrolchimico. Lavorammo sul tema quattro mesi, assieme alle altre realtà catanesi, puntandoci sopra tutto. La pula ci stava addosso, ci convocava in questura, visitava le nostre riunioni. Il resto è storia. Si crearono coordinamenti contro il G8 a Catania, Siracusa e in tutta la Sicilia. Montammo su una tre giorni di controvertice che diceva tante cose al movimento, alla popolazione Siracusana ed ai loro nemici di classe e trattammo tanti temi importanti. Qui c’è il documento di indizione, qui una valutazione nostra, qui il comunicato della rete. L’evento lasciò il segno localmente e fu una delle date italiane più rilevanti della mobilitazione anti g8. Uscimmo a testa alta da questa esperienza, la nostra credibilità si rafforzò molto nel movimento e tessemmo solide reti e prendemmo contatti nel resto d’Italia. Fondammo un nuovo nucleo di Oerre a Siracusa, un territorio dove almeno dal 2003 mancava una presenza antagonista. Cominciammo a prepararci il terreno per il G8 d’Abruzzo, prima ad una cena sociale (cominciammo a farne una al mese su un tema diverso) con Fabrizio un nostro militante fin dagli inizi che studiava all’Aquila, poi venne il compagno Stefano Frezza, di Epicentro Solidale a Siracusa ed a Catania.. Il tema era quello della militarizzazione della crisi e dell’economia dell’emergenza. L’Abruzzo, come prima l’emergenza rifiuti campana, ci insegnava che lo stato d’emergenza era l’habitat ideale della shock economy, il luogo nel quale i conflitti venivano sistematicamente occultati e repressi e le istituzioni e comunità locali messe sistematicamente da parte e zittite per far lavorare in santa pace le industrie dei padroni al businnes della ricostruzione. Per noi poteva diventare un grande laboratorio, dove mettere su un’idea di ricostruzione dal basso, autogestita, delle città, delle comunità. Le mobilitazioni contro il G8 erano fondamentali, ci voleva un nuovo colpo di reni, una nuova Genova, come Genova era venuta dalla base della sinistra di popolo direttamente dopo una disfatta elettoralista e governista dei piani alti. Erano pie illusioni, anche questo è storia. Pochi, oltre l’area dei Cobas, dentro il movimento la pensavano come noi. Tra di noi, ad ogni modo, era chiaro che dovevamo risolvere una contraddizione, se volevamo crescere ancora. Dopo il G8 di Siracusa, ci dicevamo, non potremo mai raggiungere livelli di mobilitazione ed esposizione mediatica più alti, su contenuti così forti. Come associazione, che cosa potevamo fare di più?. Parliamo di sinistra rivoluzionaria e sociale come necessità ma rimaniamo saldamente sul piano del politico e non mettiamo in campo dal basso e con costanza attività di autogestione di beni e servizi. Per questo chiudiamo in noi, riflettendo sul tema, attraversiamo chilometriche discussioni ed è un anno che ne stiamo parlando, in pratica da prima di Siracusa, e nel 2010 contiamo di prendere di petto la questione e di affrontarla. Nel frattempo si riattivavano i canali del movimento No Ponte, l’otto Agosto sfilarono ottomila persone per la città di Messina, un segnale di poderosa vitalità del movimento contro la devastazione selvaggia delle grandi opere. Il 2 Settembre i precari della scuola, licenziati a decine di migliaia in tutta Italia dalla Gelmini, occupano il provveditorato di Catania, al prezzo di qualche colluttazione con la pula e di un piccolo assedio. Catania, in breve, divenne la realtà di precari più combattiva d’Italia. Potete documentarvi al riguardo qui. Noi ci spendiamo, organizziamo al provveditorato una cena sociale, contribuimmo a presidiarlo, dormendo lì. Così come nella tradizione della città si crea una rete sul tema, in cui stanno al centro i precari e tutte le altre realtà, paritariamente, danno il loro contributo. Il movimento dei precari è interessante perché trasversale, oltre che vasto numericamente e va dai plurilaureati perennemente in graduatoria al personale ATA. Tutti al lavoro da decenni nelle scuole pubbliche, tutti a casa da un momento all’altro. La nostra speranza è che dal focolaio precario si riinneschi la miccia che era stata l’Onda l’anno prima. In realtà ci sono risposte discrete solo nelle scuole superiori e l’università batterà qualche punto solo a fine novembre. Poi manca quello che è un piano nazionale, un coordinamento precari che rappresenti esigenze di classe e non s’immischi del pattume legalista della sinistra borghese. Insomma, c’è tanta strada da fare, per fortuna i precari catanesi sono belli tosti e rimangono in partita continuando a tenere viva l’attenzione sul tema. C’era di nuovo la festa delle contaminazioni, l’undici ottobre, e noi di nuovo siamo li a dare il nostro contributo. E siamo anche sull’autobus che porta il diciassette ottobre al corteo nazionale antirazzista a Roma. In questo periodo viene fondato il terzo nucleo di Officina, posto a Castell’Umberto. La riflessione sulla necessità della sinistra sociale e quindi degli spazi sociali che avevamo cominciato andava avanti al nostro interno. Ma a Catania ritirarsi in una riflessione è difficile. Tirava una brutta aria in città, la forza che il movimento esprimeva spaventava, metteva in dubbio coi suoi mille canali il dominio della città e stava per causare una reazione. Il Cpo experia era il crocevia di tantissime di queste lotte. Si sapeva qualcosa, la sera di venerdì trenta avevamo organizzato un concerto per contribuire a presidiare il posto, ma la mattina dello stesso venerdì venne lo sgombero , tenemmo ferma la cena, davanti al cpo sgomberato, e fu la prima di una lunga serie di iniziative davanti al portone chiuso. La vertenza che ne seguì fu straordinaria, raggiunse altissimi livelli di mobilitazione, sputtanò i mandanti dell’operazione, i Pogliese, i Campo, i Serpotta, dimostrò ancora una volta che Catania è una delle realtà di punta del movimento nazionale. Qui una rassegna stampa esaustiva sugli eventi. Questa lotta è ancora in corso, ma siamo fiduciosi che essa avrà un buon esito e pronti a continuare a dare un nostro contributo.
E qui arriviamo a questi giorni di dicembre e fra poco si fa gennaio. E, alla nostra maniera, abbiamo cercato di rendere conto del nostro percorso, così come lo vediamo dall’interno. Abbiamo grandi piani per il 2010 e non siamo più solo una realtà catanese. Anzi, a dirla tutta, non siamo per niente quello che eravamo all’inizio, un gruppo che serviva a far cassa, o un’avanguardia ideologica. C’è una discreta incoerenza nel nostro gruppo, quella di essere sempre stravolto, come contesto, come composizione soggettiva, come azioni. C’è anche una certa coerenza, che è quella di provare ad andare a fondo nelle riflessioni su determinati temi e di cercare di essere conseguenti nelle azioni, con umiltà, capendo che noi siamo solo una molecola di un progetto più grande e che vogliamo crescere assieme agli altri e non contro o in contrapposizione agli altri, chiunque essi siano. Siamo sempre più convinti che contro il mondo del capitale sia necessaria una rivoluzione dal basso, che questa rivoluzione in parte sia già in atto e che non sia solo antiliberista, ma anche socialista, antiautoritaria, femminista, ecologista, comunitarista nel senso positivo e non escludente del termine. Crediamo fermamente, con la nostra esistenza, di dare il nostro contributo a questo processo, che anzi esso sia ancora più importante appunto perché viene dalle più sperdute provincie dell’impero. Se condividete questa idea, se avete visto e scelto con chiarezza che la parte del mondo in cui state e non è quella dei padroni e del capitale, ma la nostra, e che costi quel che costi bisogna andare avanti e costruire resistenza ed auto organizzare qui ed adesso rapporti sociali diversi…se tutto questo, vi chiediamo il vostro contributo per continuare a stravolgere e far crescere Officina Rebelde, che, a parer nostro si è dimostrata uno strumento di una qualche utilità…. Noi abbiamo bisogno di tutto, dai post punk ai vetero emme elle, perché rispetto all’obiettivo che ci siamo preposti siamo poveri di tutto, inadatti, inadeguati, insufficienti, proprio scarsi va… . Ci servono fotografi, gente che scriva articoli sul sito e conosca la grammatica italiana, musicisti per dare suono alle nostre iniziative, gente che cucini un po’ meglio di noi per non avvelenare gli stomaci politicizzati alle nostre cene sociali, persone che detestino il razzismo ed il fascismo di stato e siano disposte a combatterlo, i coraggiosi che non voltano mai le spalle ed anche quelli meno coraggiosi che ci fanno riflettere quando siamo impulsivi, i certi capaci di fermarsi ed ascoltare come i dubbiosi ancora in grado di emozionarsi, quelli italiani e quelli extracomunitari, quelli che lavorano e quelli che studiano, quelli colti e ancora di più quelli ignoranti che militano onestamente senza mettersi in posa.
Le vie della nostra Rivoluzione sono infinite.